
Di fronte a bisogni crescenti e a un sistema pubblico sempre più sotto pressione, il Terzo Settore rappresenta una risorsa sempre più indispensabile. L’esperienza della Consulta per le Persone in Difficoltà dimostra quanto siano decisive la solidarietà organizzata, la prossimità e la capacità di rispondere ai bisogni del territorio in modo concreto e tempestivo.
C’è una Torino che troppo spesso rimane fuori dai riflettori, pur essendo quotidianamente sotto i nostri occhi. Una città fatta di famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, anziani che hanno perso la propria autonomia, persone con disabilità che necessitano di assistenza quotidiana e caregiver familiari chiamati a sostenere responsabilità enormi, spesso senza un supporto adeguato.
I numeri, pur nella loro natura di stime, restituiscono la dimensione di un fenomeno che non può essere relegato ai margini del dibattito pubblico e politico.
A Torino si stimano tra le 60.000 e le 85.000 persone in condizioni di povertà assoluta. Nell’intera Città Metropolitana il numero potrebbe oscillare tra 154.000 e 220.000 persone. A queste si aggiunge una fascia ancora più ampia di popolazione esposta al rischio di povertà, stimata intorno al 12-13%.
Parliamo di lavoratori poveri, pensionati con assegni insufficienti, famiglie che devono scegliere quali spese affrontare, persone per le quali una malattia, una bolletta imprevista o la perdita del lavoro possono compromettere definitivamente un equilibrio già fragile.
Accanto alla povertà economica emerge un’altra grande questione sociale: quella della non autosufficienza.
Le stime disponibili indicano circa 54.000 anziani non autosufficienti nel Comune di Torino e circa 150.000 nell’intera Città Metropolitana, capoluogo compreso. Sono valori indicativi, non derivanti da un censimento puntuale, che non comprendono necessariamente tutte le persone sotto i 65 anni che, a causa di condizioni fisiche, cognitive o di salute, necessitano di assistenza continuativa.
Povertà e non autosufficienza, inoltre, non sono due emergenze separate. Spesso si alimentano reciprocamente. Assistere una persona non autosufficiente può costringere un familiare a ridurre o abbandonare il lavoro, diminuendo il reddito proprio mentre aumentano le spese. Allo stesso tempo, vivere in povertà rende più difficile accedere a cure e servizi.
È in questa intersezione tra fragilità economica, sociale e sanitaria che si misura una delle sfide più impegnative per il futuro del nostro territorio. Il sistema sanitario e quello socioassistenziale torinese devono quindi confrontarsi quotidianamente con una domanda di servizi sempre più complessa.
L’invecchiamento della popolazione, le patologie croniche, la crescente necessità di assistenza domiciliare e la fragilità economica delle famiglie richiedono interventi continuativi e una maggiore integrazione tra sanità e servizi sociali. Eppure, troppo spesso, la risposta pubblica fatica a essere tempestiva e adeguata. Le liste d’attesa, le difficoltà nell’attivazione dei percorsi assistenziali, la carenza di personale e la frammentazione delle competenze rischiano di lasciare le persone più fragili in condizioni di incertezza.
Quando un anziano non riesce ad accedere all’assistenza domiciliare, quando una famiglia non trova risposte per un figlio con disabilità grave o quando un caregiver rimane solo, non siamo davanti a un semplice disservizio. Non si tratta di negare l’impegno degli operatori sanitari e sociali, che spesso lavorano in condizioni difficili, ma di riconoscere che i bisogni crescono più rapidamente della capacità del sistema di soddisfarli.
Il rischio è che il diritto alla cura e all’assistenza finisca per dipendere dalle possibilità economiche delle famiglie, anziché essere garantito equamente a tutti. In questo scenario, il ruolo del Terzo Settore diventa di conseguenza determinante. Associazioni, organizzazioni di Volontariato, cooperative sociali e fondazioni costituiscono una rete di prossimità capace di intercettare bisogni che spesso sfuggono ai tradizionali canali istituzionali.
La loro forza non risiede soltanto nell’offerta di servizi, ma nel rapporto diretto con le persone, nella conoscenza dei territori e nella capacità di costruire relazioni di fiducia. Il Terzo Settore può raggiungere chi non riesce a chiedere aiuto, accompagnare le famiglie, promuovere autonomia e inclusione, prevenendo isolamento ed emarginazione. Ma sarebbe un errore considerarlo semplicemente uno strumento per compensare le carenze del sistema pubblico.
Il Volontariato non può e non deve sostituire i diritti. La responsabilità di garantire salute, assistenza e protezione sociale rimane delle istituzioni. Il valore del Terzo Settore sta nella capacità di integrare e rafforzare le politiche pubbliche, contribuendo a costruire risposte più vicine ai bisogni reali. Occorre quindi riconoscere le organizzazioni sociali non come semplici beneficiarie di contributi, ma come interlocutori fondamentali nella programmazione delle politiche di welfare.
Da questo punto di vista si impone una nuova alleanza per cercare di non lasciare indietro nessuno.
I dati sulla povertà e sulla non autosufficienza ci pongono davanti a una domanda fondamentale: quale modello di città vogliamo costruire?
Una città nella quale le persone fragili siano costrette ad adattarsi a servizi sempre più difficili da raggiungere, oppure una città capace di organizzare le proprie risorse attorno ai bisogni delle persone?
Per affrontare questa sfida occorre rafforzare l’assistenza territoriale, investire nella domiciliarità, sostenere i caregiver e migliorare l’integrazione tra sanità e servizi sociali. Ma serve soprattutto una nuova alleanza tra pubblico, privato e Terzo Settore. Le imprese e le fondazioni bancarie possono contribuire sostenendo progetti duraturi, capaci di produrre benefici concreti. Le istituzioni devono valorizzare le competenze delle organizzazioni sociali, coinvolgendole stabilmente nella programmazione e nella coprogettazione.
In questo percorso, realtà come la Consulta per le Persone in Difficoltà possono svolgere una funzione fondamentale: trasformare la solidarietà in partecipazione, la conoscenza dei bisogni in progettualità e la collaborazione in opportunità concrete. La vera misura della qualità di una comunità non è rappresentata soltanto dalla capacità di produrre ricchezza o attrarre investimenti, ma anche dalla capacità di prendersi cura di chi vive una condizione di fragilità.
Dietro i numeri della povertà e della non autosufficienza ci sono persone, famiglie e diritti che non possono essere ridotti a una questione statistica. Il Terzo Settore, e con esso la Consulta per le Persone in Difficoltà, può e deve essere protagonista di un cambiamento capace di tradurre i bisogni in risposte concrete, le fragilità in opportunità di inclusione e i diritti in possibilità reali.
Perché c’è inclusione davvero non quando ci si limita solo a fare semplici dichiarazioni di intenti, ma quando si assume la responsabilità di costruire le condizioni affinché ogni persona possa sentirsi parte della comunità e accolta secondo le proprie esigenze specifiche.


